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martedì 10 ottobre 2017

Del deserto pulito, e del perché sia meglio sporcarlo - parte I

Vi piace il cinema? Vorrei parlarvi di un film.
Considerate, tra le altre cose, questo post come un consiglio per gli acquisti (o per i download da BitTorrent); confido che, alla fine, avrete quantomeno trovato un modo per passare una serata vuota. Una serata molto vuota, data la lunghezza della pellicola in questione.
Sto parlando di "Lawrence d'Arabia", del 1962, per la regia di David Lean.
Godetevi la splendida locandina vintage in pole
position
. Questo film è un capolavoro, con un
cast formato da alcuni dei migliori attori che abbiano
mai passeggiato sul suolo terrestre (Peter O'Toole,
Alec Guinnes, Anthony Quinn e Omar Sharif,
giusto per citarne quattro), ed è visionario
in tutto, dalla scenografia alla colonna sonora
pazzesca che, per un caso del destino toccato a poche
pellicole (tra cui Via col Vento) è così epica
che la conosce anche chi non ha, in effetti, mai visto
questo film. 
Primo - e finora unico, nonostante il pregevole tentativo de "Il Signore degli Anelli", in cui comunque tre personaggi femminili a spasso ci sono - tentativo riuscito di proporre una sceneggiatura in cui non solo non c'è un subplot romantico a sostegno dell'eroe, ma non si vede neppure una donna, è un assoluto titano del cinema di guerra, di viaggi, involontariamente gay-friendly, di... di tutto, insomma.
Un approfondimento su che cosa veramente fu il Trattato Sykes-Picot, e il conflitto per l'indipendenza nella penisola araba durante la I Guerra Mondiale, tra l'altro, può contribuire a fare chiarezza nelle menti confuse di molti occidentali sul punto.
Vi siete mai chiesti perché Sauditi e Iraniani non si possano vedere, o per quale motivo gli stati nella penisola arabica abbiano dei confini privi di qualsiasi comprensibilità geografica, sembrando tracciati col righello?
Perché popolazioni spesso completamente estranee le une dalle altre, sia per lingua che per etnia, siano finite a convivere forzatamente in Stati che paiono sbucati dal nulla come i funghi?
Cominciate da questo film, e andate avanti (magari leggendo anche quel capolavoro della letteratura che è "I sette pilastri della saggezza", del vero Lawrence d'Arabia, ossia il colonnello T. E. Lawrence), poi mi saprete dire. 
Non volendo attirare anche i leghisti, oltre agli alternativi folli, su questo blog, tuttavia, mi preme spiegare per quale ragione io abbia iniziato questo post. Non è nel modo più assoluto per impartire lezioni spicce di geopolitica mediorientale - non ci provo né ne ho l'intenzione - bensì per spiegare uno dei fenomeni in assoluto peggiori che la Falena porta con sé. 
In un dialogo particolarmente memorabile della pellicola, il colonnello Lawrence, alla domanda di un giornalista americano che gli chiede come mai gli piacesse così tanto il deserto, risponde: « È pulito. Mi piace, perché è pulito ». 
Ecco, quando la Falena ti mette sotto attacco - perlomeno nella mia personale esperienza, ma mi dicono sia un sintomo classico della depressione clinica - dentro ti senti pulito.
Per la precisione, senti un deserto: completamente vuoto, come se un enorme bidone aspiratutto avesse lasciato campo a un hangar di spazio. Che, però, non hai nessuna voglia di riempire. 
Se all'inizio, almeno, si percepiscono ancora delle emozioni di qualche genere - rabbia, poi tristezza, poi ansia e una sensazione di pericolo immanente - con l'andare del tempo restano i residui, sommamente fastidiosi, di quello che c'era. 
Unite a un buio accecante che sembra essersi mangiato tutto ciò che eri. 

Ora, ciò che siamo, per la maggior parte degli individui,  è descritto anche dalle attività piacevoli, dagli interessi, dai talenti che una persona ha.
La Falena copre tutto con le sue ali membranose, ovattandolo in un universo in cui niente di tutto ciò ha più alcun significato - fino a insinuare, pericolosamente, che tu stesso non ne abbia più uno. 
Questa condizione, che è in effetti abbastanza difficile da capire se non la si è vissuti in prima persona, si chiama anedonia, e - per citare Wikipedia,
descrive l'incapacità di un paziente a provare piacere, anche in circostanze e attività normalmente piacevoli come dormire, nutrirsi, le esperienze sessuali e il contatto sociale.
Non è che l'anedonia si presenti così, tutta d'un botto: no. Come molte manifestazioni della Falena, aumenta lentamente finché non sei sommerso dal vuoto.
All'inizio può manifestarsi con un bisogno di dormire sempre di più - o sempre meno. Poi con la perdita di voglia di fare: anche cose che hai sempre adorato o che hanno sempre risvegliato il tuo interesse. 
Sei sempre stato un accanito runner, in grado di alzarsi
all'alba per affrontare la giungla d'asfalto cittadina
armato solo delle tue scarpe tecniche e di una
determinazione fuori del comune? All'improvviso,
farai fatica a infilare i piedi nelle pantofole a forma di
smorfiotto che tieni ai piedi del letto
prima delle undici del mattino. 
Per cui potresti trovarti all'improvviso a non praticare più lo sport che amavi - sensazione che io non ho mai provato, beninteso - o a non seguire più la tua serie TV preferita.
Via via passioni che occupavano uno spazio importante nell'economia della tua esistenza (o che, addirittura, definivano la tua esistenza) finiscono per annacquarsi in una ottundente nebbia grigia. 
Alla fine, cose che magari non sono interessi nel vero senso del termine, ma che sono fondamentali per la sopravvivenza o per il mantenimento di un minimo di standard di vita, finiscono per risultare completamente inutili.
Ed è un processo che va avanti, inesorabile proprio perché ti priva di quello che ci rende esseri umani un pezzetto per volta.
Non fai più caso al fatto che preferisci stare sdraiato a letto - non a dormire, ma a guardare il soffitto - piuttosto che alzarti per andare a vedere una mostra. 
Poi, lentamente, non ti accorgi che preferisci poltrire tra le coltri piuttosto che lavarti
Ovviamente, di uscire al cinema con gli amici non se ne parla: perché accidenti dovresti imporre loro la tua presenza? Inoltre, già è difficile cercare di mantenere un minimo di apparenza per presentarsi al lavoro. Alla sera, ogni energia emotiva residua che si possa avere, è ormai definitivamente consumata.
Infilarsi i vestiti richiede uno sforzo disumano, prima destinato a cose che costituivano effettivamente sforzo (fare otto piani di scale a piedi, studiare cinquanta pagine al giorno). 
Alla fine, anche il cibo diventa una cosa priva di importanza.
Non importa se, prima dell'attacco della Falena, eravate i
Casanova di Voghera, o le Tigri del Ribaltabile di Frosinone.
Davanti alle Sue Membranose Estremità, anche
un accoppiamento con Bar Refaeli o Chris Hemsworth
sembra un intreccio sudaticcio e umido, interessante
quanto infilare i piedi nella salsa di soia. 
Il sesso, poi, non ne parliamo. Innanzitutto è una cosa che richiede un minimo di attrazione verso qualcun altro, e quindi implica che questo Altro Ipotetico possa risvegliare in voi un qualche livello di attenzione (il che, quando non ne avete da sprecare nemmeno per fare una cosa come lavarvi i denti, diventa complicato). Poi, il sesso è faticoso
Richiede movimenti complessi, lo sforzo di mantenere un minimo di apparenza fisica - cosa che, per le donne, è ancora più stancante. 

Questa, peraltro, è la mia personale esperienza. So che, raramente - ma comunque in misura rilevante, dato che la Falena è e resta il disturbo psichico più diffuso nel mondo Occidentale - succede che proprio a causa sua molti si dedichino a un'attività sessuale promiscua e frenetica. 
Il problema è che questa Proliferazione della Polluzione costituisce la proprietà commutativa dell'anedonia.
Avete presente quando in una moltiplicazione si possono invertire i fattori, ma il risultato non cambia?
Ecco, il Deserto Pulito è identico. Perché il motivo di fondo per cui molti si danno ai bagordi, è che in realtà quegli stessi eccessi che dovrebbero risultare divertenti non lo sono
Kaputt. Finis.
Il buio in sala. 

Nella prossima puntata: come riempire il deserto, fermarsi e ripartire, o anche non fermarsi - se ci aiuta a ripartire. 


venerdì 24 marzo 2017

Le cinque W della Falena - Parte II

Dopo aver chiarito oltre ogni ragionevole dubbio (o, almeno, lo spero) che questo blog riguarda solo la mia esperienza personale, e che per farsi aiutare in caso di Attacco di Falena occorre rivolgersi a dei professionisti seri, vorrei fare un triplo salto carpiato alla Hilary/Hikari sulla questione lasciata aperta nello scorso post, cioè lo Scatolone della
Hilary/Hikari e il suo Triplo Salto Carpiato! Evviva 
(semicit.)!
Vergogna e le sue implicazioni.

Punti fermi delle Puntate Precedenti i seguenti:



  1. La depressione è una malattia;
  2. La depressione può essere sconfitta;
  3. Non è un male rivolgersi a uno specialista, nel senso di...
  4. ... uno psichiatra per i farmaci;
  5. ... uno psicoterapeuta;
  6. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto e di ammettere che la Falena ci è zompata addosso. 
Tuttavia, nonostante gli inquietanti casi di cronaca di Tizio/a che in un raptus uccide il/la partner e poi leva la mano vindice su se medesimo, e le conseguenti campagne di Pubblicità Progresso che invitano i depressi a rivolgersi al Telefono Amico (o chi per lui), non vedo nessuno ansioso di piazzare dappertutto enormi tazebao dichiarando urbi et orbi di avere uno sgradito lepidottero come ospite. 
Non credo che sia per pudore, né per riservatezza, né per mancanza di "esibizionismo" (sentita con le mie orecchie: da quand'è che ammettere di avere un problema è diventato esibizionismo?): tra tutte le motivazioni per non voler raccontare di avere la depressione, le prime due sono umane e comprensibili. 
In realtà, però, non costituiscono esse stesse il motivo per cui molti non raccontano di avere un problema, nemmeno quando ce ne sarebbe bisogno. 
Un esempio di Vita Vissuta™.
"Perché ieri non sei venuto al giapponese per la festa di compleanno di Asdrubala? Ci è rimasta male!"
"Eh, cosa vuoi, mi dispiace ma non mi sentivo bene... avevo il raffreddore".
Laddove "raffreddore" significava, in realtà: "Ero a casa a mangiare un intero bidone di gelato al cioccolato con il cucchiaio da insalata, tentando di tirarmi su abbastanza da non seppellirmi in camera mia senza  lavarmi per l'intero weekend".
Questo dialogo - con retrotesto - è l'esatta rappresentazione delle conseguenze dello Scatolone della Vergogna.
Sì, sorvoliamo sul fatto che ci sono individui - come me, da
quando sto meglio - che sarebbero in grado di condire
un chirashi con le lacrime versate per la morte
del proprio pesce rosso... anch'esso finito
nel chirashi.
Certamente uno può aver pudore di ammettere di essere stato abbrancato dalla Falena, e secco come l'oro un sacco di individui cercheranno di autospiegarsi il castello di balle che vanno raccontando appiccicandoci l'etichetta "riservatezza". 
Ora, immaginando che la parola "raffreddore" nel discorso di cui sopra significasse davvero "rinite di origine virale", la frase improvvisamente smette di essere assurda e acquista un senso compiuto.
Uno con il naso che gli cola e spernacchia come una tromba non ha voglia di andare a scofanarsi di pesce crudo all'All You Can Eat, no?
L'obiezione ha perfettamente senso.
Se la depressione è una malattia, perché alla domanda sul forfait alla festa di compleanno di Asdrubala nessuno risponderebbe: "No, guarda, non ho lo spirito di venire a festeggiare questa sera. Rovinerei solo il divertimento a tutti: fate come se ci fossi e divorate i tavoli in salsa di soia anche per me"?
  1. Per non vedersi presi per pazzi;
  2. Perché, davanti a una risposta del genere, l'Amico-Tipo risponderebbe insistendo/dicendoti di non fare il musone/sostenendo che te la tiri/altre amenità.
Queste stesse circostanze si ripetono in qualsiasi circostanza della vita quotidiana che richieda contatto con il pubblico che possa essere reso difficile dalla presenza della Falena - cioè, a parte dormire e andare di corpo, praticamente tutte
I punti 1 e 2, infatti, sono la manifestazione interiore ed esteriore dello Scatolone della Vergogna, cioè quello che spinge le stazioni ospitanti della Falena a nascondere il proprio disturbo come nel 1700 tra gentiluomini si nascondeva di avere uno zio che barava alle carte.
Se, però, questo atteggiamento ha l'indubbio vantaggio di mettere al riparo dalle domande e dai giudizi - idioti - del pubblico, in un individuo generalmente fragile come il depresso porta alla tentazione di ammettere che sì. È vero: in me c'è qualcosa di anormale. Reagisco in modo anomalo. Sono matto/a.


No.

L'individuo clinicamente depresso non è matto; è malato. Non di una patologia psichica che causa davvero un'alterazione permanente della percezione di sé, o che altera in modo sensibile la personalità, però. 
Normalmente, a me, l'espressione "pazzo" fa imbestialire: perché è un termine colloquiale ignorante che fa una maccheronata gigante di una serie di disturbi anche gravi che colpiscono moltissimi esseri umani incolpevoli. E che, spesso, è usato anche in modo dispregiativo. 
Anche ammettendone l'uso da parte dell''"uomo della strada", tuttavia, uno che ospita un lepidottero omicida non è pazzo. Uno con un disturbo antisociale di personalità che ruba, stupra e vive ai margini della società è matto.
Uno schizofrenico non curato convinto, sotto l'influsso di allucinazioni, che il vicino voglia eliminarlo (e che per questo lo fa fuori lui) è pazzo.
Il pazzo può essere socialmente pericoloso.
Il depresso è solo un individuo bisognoso di cure, ma non fino a questo punto: e quando un attaccato dalla Falena fa una strage, è perché è diventato matto. Non lo era già da prima, e se avesse avuto accesso ad accudimento e cure probabilmente la Falena non lo avrebbe divorato da dentro a morsi così voraci da fargli desiderare di morire, e di portare con sé un  po' di compagnia. 
Perché non ha richiesto aiuto quando era il momento, e spesso non si è nemmeno accorto di essere stato attaccato dalla Falena?
A causa dello Scatolone della Vergogna.


Non fatevi ingannare dal suo aspetto mite. Se vi ci nascondente dentro,
uscirne sarà molto difficile.
Avete mai visto un gatto dormire in uno scatolone, e quanto è triste
quando deve emergere? Si sente protetto e al sicuro.
Ma se non ne venisse mai fuori, non potrebbe mangiare, giocare,
sgranchirsi le zampe, e schiavizzare i suoi umani con un solo sguardo,
come tipico di tutti i mici.
Il mondo è pieno di idioti, di cretini, e anche di amici o parenti benintenzionati ma ignoranti, che credono di fare il bene altrui con battute minimizzanti e dicendo ovvietà (di solito così esasperanti che, qualora i destinatari di cotali perle di saggezza li uccidesse, il giudice darebbe la legittima difesa). Indubbiamente, grazie al guscio creato dallo Scatolone della Vergogna, si evitano le loro intromissioni; ma alla fine, è come una prigione - l'ennesima - che cade addosso al depresso impedendogli di realizzare che basta qualcuno che aiuti a tornare a vedere l'orizzonte, invece del pavimento d'asfalto bagnato in cui sono immersi i piedi.  


Niente battute su cosa un depresso ambirebbe a fare con un cutter, please!

Sfondiamolo. 




martedì 21 marzo 2017

Le cinque W della Falena - parte I

Nel giornalismo anglosassone spesso, per conferire struttura logica all'articolo, si impiega la cosiddetta "Regola delle cinque W", cioè:

  1. Who = chi?
  2. What = cosa?
  3. Where = dove?
  4. When = quando?
  5. Why = perché?
Ora, io non sono un giornalista, tantomeno anglosassone: non ne ho l'aspetto, né i modi, e parlo un inglese zoppicante come un pirata con la gamba di legno. 
Quindi mi perdonerete se, spiegando come mai ho deciso di raccontare il mio incontro/scontro con la Falena e la lotta senza quartiere che ne è seguita, non seguirò precisamente queste cinque, auree, regole espositive.

Quando ho annunciato a uno dei miei migliori amici - sottolineo, uno dei pochi in grado di farmi ridere di gusto anche nel momento peggiore dell'Arrembaggio Entomologico - la mia intenzione di aprire questo blog, mi ha domandato perché volessi fare una cosa tanto stupida, anche se lo avevo avvertito della mia ferma intenzione di mantenere l'anonimato.
Non è che il mio amico, d'ora in poi chiamato per brevità Mimmo er Distruttore, credesse che non fossi in grado di portare avanti questo progetto, ma aveva paura impattassi con la massa di idioti che quotidianamente vagolano su internet cercando di dimostrare che la caricatura di Crozza Napalm51 esiste veramente.
Il noto complottista Napalm51, colui che - informato dalle
letture dei reportage-denuncia di John Gambardine -
si dedica a denunciare sui social le peggiori
 malefatte di Big Pharma, dei rettiliani, del Club
Bilderberg e, ovviamente, dell'Associazione Italiana
Produttori di Autocaravan, rea di aver causato il terremoto
in Centro Italia frullando il terreno con dei minipimer. 

Dal momento che  a volte tendo ad avere l'inconsulta fiducia nell'umanità tipica dei Bovari del Bernese e dei Leonberger - cani di grossissima-issima taglia, convinti che la loro funzione nel mondo sia di dare e distribuire coccole da chiunque e a qualunque cosa - mi sono allegramente impipata del suo avvertimento.
Ovviamente dopo il post precedente, nel quale mi sono soffermata a descrivere come l'omeopatia per la depressione sia l'equivalente dello sciacquarsi un arto ormai in cancrena, ho iniziato a ricevere mail da alcuni squinternati e addirittura pubblicità di improbabili prodotti che promettono di fare miracoli su qualunque patologia (anche psichica), mediante fasce da fronte agli ioni d'argento.
E io che credevo che certe cose capitassero solo a MedBunker, mica a una mezza cartuccia come me. Mah!



Tornando all'argomento del post, qualcuno potrebbe domandarsi per quale accidenti di motivo una persona che, dopo essere stata da chihuahua per mesi, inizia a sentirsi meglio, voglia accollarsi il rischio di avere a che fare con spammer, individui a cui l'alternativismo ha bruciato i neuroni, e altre amenità (ultima ma non ultima quella di essere fraintesa e trattata da matta dagli ignoranti).
È vero: molti terapisti consigliano di tenere un diario terapeutico per ripercorrere i miglioramenti ed effettuare dell'introspezione, sempre utile a trovare le motivazioni dell'Attacco della Falena (e, spesso, del perché il Maledetto Lepidottero ha scelto proprio noi).

Il Buon Oscar: mio mito letterario.
Tuttavia, non ho la minima intenzione
di emularlo nella vita reale: quindi NON
finirò in galera per le chiappe di un bel
giovanotto aristocratico, e purtroppo
non diventerò mai un'autrice celebre.
Pazienza. 
Non dico di non aver tentato: infatti, tengo un diario personale - con lucchetto e decorazioni interne di fiori, damine vittoriane e via discorrendo: per chiarire, uno di quello che secondo il Buon Oscar bisogna sempre portare con sé per avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno - ma non si tratta di un diario terapeutico.
Inoltre, secondo me quando stai ancora troppo male, il diario terapeutico non è una buona idea: già il depresso ha la tentazione di autocommiserarsi e di rimuginare sui suoi guai, mettere per iscritto le sue farneticazioni non è di giovamento. O, perlomeno, non lo era per me. 

Questo blog è nato con un proposito diversissimo: cioè quello di raccontare la mia personale esperienza, di cercare di divertire attraverso una cosa che - pur presentando aspetti tragicomici - non è stata per niente spassosa, e di affrontare lo Scatolone della Vergogna.
Cosa sia quest'ultimo è un discorso estremamente complicato, che cercherò di affrontare nella seconda parte di questo post; per il momento, e anche per snellezza espositiva, vorrei spiegare una cosa.

Prima di tutto, occorre tener presente che qui racconto cosa è successo a me, in prima persona. 
Principalmente, perché vorrei che tutti, nel momento in cui un giorno si rendono conto di ospitare un'enorme Falena assetata di vita, avessero le fortune che, pur nella sfiga, ho avuto io: qualcuno che ti ama, e qualcun altro pronto ad ascoltarti. 
Soprattutto, la sensazione di non essere soli: che un Generico Chiunque, in un NessunDove, è sbigottito, sbalestrato e sconvolto esattamente come te. 
In questo periodo, non ho conosciuto nessuno che abbia sofferto di depressione e che fosse disposto ad ammetterlo: non è facile uscire dallo Scatolone della Vergogna. Ma mi sarebbe piaciuto parlare con qualcuno che sapesse cosa stessi passando.
I pochi gruppi di auto-aiuto che ho trovato sul web erano ancora più deprimenti che cercare di sgominare la Falena da soli: si parlava solo di effetti collaterali di farmaci (e mai di quelli che hanno funzionato), di esperienze passate, conflitti genitoriali, un presente che è un orizzonte cupo e amorfo in cui dibattersi.
Non è così. Voglio sia chiaro. 
La Falena è un ospite scomodo, che puzza ben prima di tre giorni: ma è, appunto, solo un ospite. Si può buttare fuori. Magari, nel corso della vita, tornerà a farci visita: ma sapere che una volta sei riuscito a sfrattarla renderà più facile liberarsene in futuro. 
Per cui, in questo blog voglio spiegare come, e perché, ce l'ho fatta - o ce la sto facendo.
Ma è solo la mia esperienza: quelle degli altri possono e devono essere differenti. Non pretendo che quel che per me ha funzionato valga per tutti.
Non fornisco consigli medici, ma spiego perché è giusto rivolgersi a personale qualificato.
Non prescrivo farmaci o cure, bensì espongo la mia esperienza, chiarisco che per me hanno funzionato, e che  decidere se, quando e quali assumere, spetta a un dottore.
Quando sostengo che qualcosa non ha alcun effetto in senso assoluto è perché è scientificamente così: sono, semplicemente, dei dati di fatto.
Ogni Falena ha un aspetto diverso, come differenti sono le motivazioni per cui quell'insetto ha scelto proprio quell'individuo. Però, in comune, hanno tutte che fanno star male e possono diventare pericolose.

Non c'è vergogna nel chiedere aiuto: non sempre si può bastare a se stessi, e spesso nemmeno si deve provare a farlo. 
Se anche solo una persona, leggendo questo blog, si rendesse conto di questo, potrei dire di aver raggiunto un risultato pari alla traversata della Manica a nuoto.
Pari secondo me, eh. Non succeda che qualche nuotatore esperto  - che ha davvero attraversato la Manica a nuoto  - mi scriva mail de fuego per darmi della merdina sportiva. 
Lo so anche senza che me lo diciate. E se lo ribadite, vi scateno dietro Mimmo. 

venerdì 17 marzo 2017

Il Valzer dello Zoloft - Parte II

So che, di recente, va di gran moda cercare di curarsi con qualsiasi cosa non siano i farmaci; sono cosciente che, addirittura, è stata coniata l'espressione "medicina allopatica" per definire la scienza medica "ufficiale". Chiunque sia dotato di una cultura scientifica di base dovrebbe essere in grado di distinguere da sé cosa sia una bufala e cosa no: questo non è un blog di divulgazione scientifica, né mira ad esserlo. 
Per chi volesse crearsi davvero una cultura su tutte le bufale
mediche/farmacologiche degli ultimi trent'anni, più o meno
pericolose, clicchi qui per il blog di MedBunker. 
Per quanto mi concerne - e dovrebbe essere così per tutti, perché la scienza non è un'opinione - l'espressione "medicina allopatica" non ha senso. Sarebbe come dire "il vero zero", supponendo che ce ne sia anche uno falso. La Medicina è una. Punto.
Tutto il resto sono discipline complementari che a volte funzionano, la maggior parte delle volte no, e che non possono sostituirsi a una preparazione medica o psicoterapeutica specifica. 
Quando le une invadono la sfera propria dell'altra nella migliore delle ipotesi non succede niente, nella peggiore un gran casino (con conseguenze anche gravi). 
Questo non vuol dire che se qualcuno si sente meglio cercando di sgominare la Falena anche con l'ayurveda, la meditazione trascendentale, il kendo, la pesca d'altura o i massaggi pranoterapici non debba ricorrervi: le scelte terapeutiche sono personali.
Rendo noto però che solo queste "terapie alternative" non vi aiuteranno a sconfiggere la Falena. 


La depressione è una malattia.

Non c'è vergogna nel rivolgersi a uno specialista per curarla: prima di tutto un buono psicoterapeuta - e se ci si sente a disagio con il primo, va cambiato finché non se ne trova uno che quadra! - poi, se del caso, con un intervento farmacologico.
Lo psicoterapeuta non è laureato in medicina: l'intervento farmacologico va parametrato con uno psichiatra. Sono due figure simili che lavorano in tandem: lo psicoterapeuta è il pilota di Formula 1, mentre lo psichiatra è l'ingegnere che aspetta ai pit-stop. 
Dirò un'ovvietà, ma non si deve avere paura.
Se vi viene la bronchite ogni due per tre, vi mandano dallo pneumologo: magari, quest'ultimo vi manderà dall'immunologo per capire come mai avete una bronchite che non guarisce (se è perché fumate due pacchetti al giorno, personalmente vi manderei dall'idioziologo: se esistesse, sarebbe una specializzazione medica che non conosce crisi).
Se avete la depressione, vi rivolgete allo psicoterapeuta e allo psichiatra.
Punto. Non è un alibi, né qualcosa su cui serbare un segreto geloso come quello della formula della Coca-Cola.
La Falena è un fatto, non è una metafora. Non smetterà di esistere perché non si vede, e i livelli dei neurotrasmettitori non torneranno stabili grazie alle gocce omeopatiche.
Sul fatto che l'omeopatia (qui rappresentata casualmente
dal logo della più grande multinazionale produttrice di
preparati omeopatici; non sto nel modo più assoluto
denigrando la Boiron né i suoi prodotti: le sue tinture
madri fitoterapiche ad esempio sono ottime) non 
funziona potrei scrivere un romanzo della lunghezza del
Signore degli Anelli. Mi limito a ribadire che "curare"
la depressione, disturbo che può degenerare in modo
gravissimo, con delle gocce il cui principio attivo è così
diluito da contenere in pratica solo zucchero e
un po' d'alcool, è abbastanza incosciente. 


Anche se le prescrive lo psichiatra. Se costui vi propina una ricetta contenente qualche preparato omeopatico non unitamente ad altro farmaco, ma da solo, i casi sono due: o non avete niente di grave e state semplicemente passando un periodo difficile ma superabile (c'è anche l'ipotesi che possiate essere degli ipocondriaci), oppure il dottore è un incosciente. Cambiatelo. 



La prima persona in cui si deve avere fiducia, prima ancora che in se stessi - anche perché, dopo l'attacco della Falena, la "fiducia in se stessi" è qualcosa di lontano come l'affondamento del Titanic - è lo psicoterapeuta.

Quindi è indispensabile che ci sia un buon feeling, che stia simpatico, e che si senta che non ci giudica e ci si possa fidare ciecamente di lui/lei. 
Un terapista bravo permette di appoggiarsi a qualcuno che in certi momenti sarà la propria roccia, disponibile ad ascoltare i nostri guai senza venir trattati come cretini; cioè dicendoti cose tipo: "Pensa a Tizio che ha avuto un incidente/Caio che ha un cancro/Sempronio che ha fatto bancarotta, loro sì che hanno dei problemi!" (sottintendendo che tu sia una scamorza priva di spina dorsale). 
Uno degli ostacoli peggiori che ho riscontrato in persone che avevano bisogno dell'aiuto di uno specialista - anche non a causa dell'attacco della Falena - è il rifiuto di parlare dei fatti propri con un estraneo. 
Anche se il pudore è un sentimento umano comprensibile (che a mio modesto parere dovrebbe essere valorizzato in una società come la nostra, dove non si esita a mettere su Instagram foto di nudo che farebbero arrossire il Barone von Masoch) rimanere paralizzati da esso solo perché ci si vergogna di raccontare di stare male e perché a un dottore è abbastanza sciocco.
Il terapista non è Giancarlo Magalli: non
andrà a divulgare i vostri problemi a cani e porci.
E se lo fa,
potrete fargli causa e cavargli così tanti quattrini
da levargli il pelo. E anche il vizio.
Ma non preoccupatevi: lui/lei, lo sa. E non farà
sciocchezze. 
E il fatto che la Falena colpisca nel tenero, dove fa più male - il che richiede di svelare al terapista cose intime ed emozioni private, che preferiremmo tenere per noi o anche ignorare di avere - non rende meno sciocco questo pudore.
Una persona con le emorroidi, che la fanno soffrire tremendamente rendendogli impossibile stare seduta, se non va dal proctologo per pudore di mostrare il proprio ano a uno sconosciuto è stupida.
Uguale discorso deve valere anche per chi si accorge di essere stato arpionato dalla Falena. 


Personalmente, ho trovato un orecchio pronto e una capacità di comprensione superiore nella Dottoressa rispetto ai miei genitori e ai miei più cari amici (non però del mio fidanzato, il quale aveva sgamato istintivamente la Falena con fiuto degno di un segugio, e per questo sarà riempito di baci come, per l'appunto, un cucciolo di segugio). 

Il che è anche normale: se uno ha dei tremendi dolori allo stomaco che gli impediscono di mangiare a meno di sopportare dolori lancinanti, la mamma potrà solidarizzare e stargli vicino, ma solo il gastroenterolgo capirà che ha un'ulcera. 
Così, se il terapista suggerisce un consulto con lo psichiatra per un'eventuale terapia farmacologica, non bisogna scartare l'idea perché si hanno dei pregiudizi nei confronti degli psicofarmaci.
Di fianco a chi si imbottisce di antibiotici anche per un'unghia incarnita, sussiste un sempre più ampio zoccolo duro di individui che, come scritto sopra, rifiutano le terapie farmacologiche anche quando ce ne sarebbe bisogno. 
Le motivazioni sono le più varie, alcune anche assurde ("Non voglio arricchire Big Pharma: mi curo con limone e peperoncino!"; poi la tossetta si trasforma in polmonite e il SSN spende dieci volte tanto per curarti, e grazie al cazzo), ma sono pericolose  nel momento in cui si rifiuta un aiuto che potrebbe rendere la vita più facile per un pregiudizio. 


Questo non vuol dire che ognuno al minimo sospetto di ansia, o di sentirsi un po' giù, deve precipitarsi a imbottirsi di antidepressivi.

La scelta su quale antidepressivo prescrivere, in che dosaggio e se farlo, spetta allo psichiatra.
Inoltre, un antidepressivo che va bene per gli altri potrebbe non andare bene per sé: ogni caso è diverso. L'antidepressivo è come la pillola anticoncezionale: ce ne sono talmente tanti tipi, con effetti diversi, che chiunque ha la possibilità di trovare quello che sembra fatto apposta.
Se però ne avete bisogno e un antidepressivo vi invita per un valzer, non rifiutate. Potrete sempre smetterlo e passare a un altro: o anche ballare guancia a guancia con lui finché non finisce la musica.


***

Poiché questo è un blog in cui riferisco la mia esperienza, ora mi parlerò un po' addosso.
È ora di fare outing: all'inizio una delle cose a cui mi sono ribellata più pervicacemente era proprio l'idea di avere bisogno degli antidepressivi.
La mia ostilità aveva innanzitutto due motivi: il primo è che a causa degli attacchi di panico - che, ribadisco, non avevo idea cosa fossero - mi avevano dato dell'En, dicendomi che potevo usarlo all'occorrenza. 
Il generico dell'En. Anche se vi sembrerà
di stare meglio, assumerlo sotto attacco
della Falena è come urinare nella doccia.
Sembra una pensata astuta, ma ti stai
solo pisciando sui piedi. 
Ora: nel caso non lo sapeste, anche se l'ansia può essere una delle molteplici facce della Falena (e quella più evidente, specie se non ne hai mai sofferto prima), trattare solo quella non è mai una pensata astuta. Principalmente perché l'uso prolungato di ansiolitici alla fine concima solo la pianta della Falena. 
A lungo andare, infatti, gli ansiolitici peggiorano gli stati depressivi.
Siccome il mio medico condotto ovviamente non aveva riconosciuto la Falena all'Arrembaggio, credendo di aiutarmi mi aveva sganciato la ricetta dell'En senza specificare che un uso prolungato poteva privarmi ancor di più delle mie già risicate difese.
La mia esperienza con gli psicofarmaci era quindi fino a quel momento stata pessima.
Inoltre, la parola psicofarmaci a me - come a tutta la generazione la cui infanzia si è sviluppata tra la crisi dell'Unione Sovietica e l'esordio della Seconda Repubblica - evocava immagini deprimenti da disaffezionati della Generazione X e dive anni '60 suicide con overdose di barbiturici. 
Il fatto che, oggigiorno, nessun medico dotato di sale in zucca prescriva più barbiturici non era circostanza tale da poter vincere il mio pregiudizio.
Dopo alcune riflessioni, e lunghi discorsi della mia psichiatra a sostegno dei più moderni ritrovati della scienza (e dopo aver anche preso in prestito in biblioteca un manuale di farmacologia enorme e stazzonato nel tentativo di autoistruirmi sulla cosa), mi convinsi a provare con il Remeron. 
La Mirtazapina, principio attivo e generico del
Remeron. Anche se il nome è simpatico,
nel mio caso gli effetti collaterali immediati
sono stati così pericolosi da credere che
qualcosa complottasse per farmi ritornare
all'appuntamento perso con il tram. 
Negli ultimi vent'anni la ricerca sugli antidepressivi serotoninergici (così chiamati perché agiscono sul neurotrasmettitore "serotonina", meglio e impropriamente noto come "ormone della felicità") ha fatto passi da gigante.
Il che era anche ora, perché i primissimi antidepressivi erano nati come farmaco contro la tubercolosi, e gli effetti collaterali dei successivi triciclici devastanti. 
Tuttavia, sin dalla prima assunzione, nel mio caso il Remeron - benché farmaco recentissimo e presentante notevoli profili di tollerabilità - ha causato delle sequele negative abbastanza spaventose.
In poche parole, ho avuto una specie di sincope.
In pratica ho perso i sensi perché mi sono addormentata in piedi, terrorizzando le colleghe in ufficio e causando la necessità di farmi portar via con l'ambulanza. 
Quando mi sono risvegliata davanti allo sguardo azzurro dello psichiatra di guardia al Pronto Soccorso ho ringhiato: "Mai più!", allarmando gli astanti. 
Il simpatico Dottor Rasputin (lo chiamo così per distinguerlo dalla Dottoressa, anche se non aveva né barba bisunta né l'aria da santone pazzo, ma solo due occhi da husky), ascoltando la descrizione - per la verità abbastanza tragicomica - dei miei guai mentre mi tamponavo un bernoccolo grosso come un uovo di quaglia con una borsina del ghiaccio, ha buttato lì che nonostante tutto avevo un talento per le descrizioni cabarettistiche. Forse scrivendo tutto mi sarei sentita meglio.
"Questo è più fuori della gente che cura, dico io!", ho pensato, mandandolo mentalmente a quel Paese con gran gusto. Come vedete, forse tanto fuori non era: ma all'epoca spiattellare in giro quanta sfiga avevo avuto mi sembrava non solo non terapeutico, ma addirittura folle.
A questo punto, il mio fidanzato mi ha caricato a forza su un treno, mi ha costretto a prendere un venerdì libero - non lo facevo da mesi - e trascinato al mare. 
Qui poi ho sviluppato un formidabile eritema a causa di un'indigestione di vongole combinata con il sole di luglio (ennesima scarogna, ma sorvoliamo), concludendo il weekend dalla Guardia Medica. Ma questa è un'altra storia.

Tornata al lavoro, per puro caso una persona che anche solo per questo motivo merita i miei
Il mio salvagente era una piccola pastiglietta ovoidale e blu.
No, non quella pastiglietta blu, non fate i furbetti.
Lo sappiamo che quella lì è triangolare, e non
prendetela fingendo di essere depressi. 
ringraziamenti - anche se ha passato la maggior parte del tempo trascorso sotto la sua guida a rendermi la vita impossibile - se n'è venuta fuori dicendo: "Quando mio marito ha avuto l'infarto, io mi sono sentita meglio prendendo lo Zoloft".

Ora: premettiamo. Il Remeron è un farmaco molto più recente dello Zoloft, il quale è piuttosto vecchiotto come antidepressivo serotoninergico (è stato brevettato nel 1990 o giù di lì): molti si sono trovati benissimo con il primo e invece il secondo ha creato loro tantissimi problemi.
È quello che intendevo dire sopra dicendo che ognuno ha il suo salvagente, basta trovare quello giusto. Il mio era un po' datato, da prendere gradatamente, ma alla fine ho tenuto duro e ha funzionato.
Ho avuto fortuna, pur nella sfiga: alcuni casi - fortunatamente molto rari - sono estremamente refrattari a quasi tutte le terapie antidepressive, e devono ricorrere alle primissime formulazioni dei farmaci, tutte con effetti collaterali importanti.

Quindi fatevi un giro di valzer, se non con lo Zoloft, con il Cipralex, o qualche altra pillola.
Non sono caramelle della felicità: la Falena va affrontata soprattutto con le proprie forze. Ma a nessuno si può chiedere di correre una maratona senza borraccia. 

Ah, un'ultima cosa. Nessun antidepressivo funziona subito: ed è anche per questo che un sacco di gente si fa fregare dalla tentazione di usare prolungatamente gli ansiolitici. 
Prima che un antidepressivo faccia effetto devono passare tre settimane o una ventina di giorni, in cui potreste sentirvi un po' rincoglioniti, più assonnati del normale (o sentirvi più agitati!), avere una fame da lupi o una nausea da gestanti. Quando comincia a fare effetto, però, credo finirete per rivalutare tantissimo la categoria.

"Ciao! Ho sentito odore di salsiccia!"
Che, di fatto, è come il rottweiler. La maggior parte della gente lo considera un pericoloso e mordace mostro a quattro zampe, salvo poi rendersi conto che, con un padrone che gli vuole bene e lo ha socializzato fin da cucciolo, è un adorabile molossotto con lo sguardo che questua bistecca.